di Rolando Argentero

Mi parve che il telefono appoggiato sulla scrivania squillasse con particolare insistenza. La segretaria in quel momento non c’era e decisi di rispondere direttamente. All’altro capo del filo, riconoscibilissima, la vice della dottoressa Escoffier, la segretaria particolare dell’ing. Carlo De Benedetti. “Giusto Lei Argentero – disse – l’ingegnere vuole vederla”. Poi dopo una breve pausa che a me parve calcolata, aggiunse: “Subito”. Mi parve che avesse posto un accento particolare su quel vocabolo. Cominciai a chiedermi cosa potevo aver combinato per una chiamata così repentina. Non che fossero insolite le visite al 6° piano, ala A,, ma quell’invito a fare in fretta mi mise un po’ di agitazione nell’animo e, mentre mi recavo dal dr. Minardi (il mio diretto superiore) per informarlo della chiamata e per fornirmi della chiavetta dell’ascensore che mi avrebbe consentito di evitare ogni fermata intermedia tra il piano terra – dove eravamo collocati noi e il 6° piano, ala A, dove c’era l’ufficio del comandante in Capo – cominciai a ripassare mentalmente tutti gli incontri avuti nell’ultima settimana (come addetto stampa ricevevo molte persone) e le varie telefonate avute con i colleghi esterni. Lasciarsi scappare una parola, un’anticipazione, con il ruolo che svolgevo era facile e, nello stesso tempo, “pericoloso”.

La dottoressa Escoffier mi accolse cordialmente e mi invito ad entrare nell’ufficio dell’ingegnere. “Vada, vada, l’aspettano”. Dunque, l’ingegner De Benedetti non era solo, forse con lui c’era qualcuno del Personale. Aprii la porta e, con mia grande sorpresa, trovai seduto in poltrona, S. E. monsignor Bettazzi, il vescovo di Ivrea, il quale anticipando la presentazione si alzò e mi salutò con cordialità: “Caro Argentero, La vedo con piacere. Come sta?”. ”Grazie, bene, e Lei, Eccellenza?”, chiesi di rimando. A quel punto prese la parola l’ing. De Benedetti. “Bene, sono lieto di verificare che voi due già vi conoscete, ciò semplificherà quello che Le devo comunicare, Argentero”.    

Mi invitò a sedere, poi chiese anche a me se gradivo un caffè, quindi mi diede la grande notizia: “Sua Eccellenza Mons. Bettazzi mi ha appena comunicato che Sua Santità, Papa Giovanni verrà in visita da noi alla Olivetti il 19 marzo prossimo, festività dei San Giuseppe, patrono di tutti i lavoratori ed io, sentito anche il parere del Vescovo, ho deciso di affidare a lei l’organizzazione della visita. Dovrà occuparsi di tutto, dall’inizio alla fine, non si preoccupi per quanto riguarda la sua normale attività: ne parlerò io con il dottor Minardi. Lei, d’accordo con il Vescovo, sceglierà il percorso, si occuperà della sicurezza, del luogo dal quale Sua Santità eventualmente vorrà parlare alle maestranze, e così via. Rimasi sconcertato: conoscevo meglio di ogni altro me stesso, vizi e virtù, il compito mi sembrava alquanto gravoso.

D’altronde c’era poco da scegliere: o dicevo grazie, sono felice, oppure, potevo dire, grazie, sono felice. Il più contento mi parve monsignor Bettazzi il quale mi diede immediatamente appuntamento in Vescovado per il pomeriggio; l’ingegner De Benedetti aggiunse soltanto con la massima cortesia: “Da questo momento mi tenga informato di ogni sviluppo della situazione; se incontra difficoltà potrà contare sul mio appoggio. E ricordi che Sua Santità dove portare con sé un buon ricordo della Olivetti e dei suoi dipendenti”.

Soltanto quando tornai alla mia scrivania e ripensai con calma al nuovo incarico mi resi conto del compito gravoso che era caduto sulle mie esili spalle. Andai in Vescovado e mi venne presentato monsignor Arrigo Miglio, a quei tempi sostituto di monsignor Bettazzi (in seguito, dopo la visita di Sua Santità, venne promosso titolare prima ad Ivrea, quindi trasferito nel 2012 con il titolo di arcivescovo a Cagliari, e con il quale mantenni a lungo uno stretto legame, proprio grazie a Papa Giovanni), con il quale svolgemmo un lavoro straordinario.

Pur tenuta riservata, la notizia, un poco alla volta si diffuse anche in fabbrica e quando i dipendenti mi vedevano arrivare in perlustrazione immaginavano che la mia presenza potesse essere messa in relazione alla illustre visita. Infine, tutti i dettagli vennero limati, i servizi di sicurezza (quelli privati del Vaticano, la Digos, Polizia e Carabinieri e quant’altri possibili e immaginabili), quelli di pulizia dei reparti che sarebbero stati percorsi dal corteo “papale”, le persone autorizzate a seguire l’illustre ospite, ogni minimo dettaglio venne studiato e calcolato nel tentativo di evitare ostacoli improvvisi.

Sua Santità Giovanni Paolo II allo stabilimento di Scarmagno (19 marzo 1990)

Sua Santità giunse a Ivrea il 18 marzo per una parte di visita più religiosa. Questa è pur sempre la città del beato Warmondo, acerrimo avversario dell’altrettanto mitico re Arduino; io assistetti come fedele e come ospite di monsignor Bettazzi e del suo collaboratore monsignor Miglio. Poi il giorno dopo, e una notte trascorsa in agitazione, mi presentai presto ad accogliere Sua Santità all’ingresso dello stabilimento di Scarmagno che, dopo diverse valutazioni, era stato scelto, come modello ed esempio da presentare al Papa (lavoro a catena e quindi alienante), ambiente rumoroso e poco allegro. Fu cortesissima, Sua Santità; la sorpresa colse tutti (nel corteo c’erano anche i fratelli De Benedetti) quando varcammo le porte dello stabilimento. Un applauso fragoroso accolse Papa Giovanni che, pur abituato a simili accoglienze, restò un momento sorpreso, il sacerdote che lo seguiva come un’ombra gli si avvicinò quasi per sorreggerlo, lui, invece, alzò la mano per benedire e flebilmente dire: “Grazie a tutti, figli miei”.

Poi ci avviammo, lentamente; io avevo preparato bene il discorso, studiato quello che si realizzava nelle varie fasi del reparto; nessuno però lavorava. Tutti erano in piedi rivolti verso il Papa che camminava lentamente sempre benedicendo. A metà percorso, circa, l’ingegner De Benedetti vedendo che i miei sforzi per spiegare a Sua Santità le varie fasi del lavoro erano vane, mi toccò il gomito e disse: “Lasci perdere, Argentero, Sua Santità ha scelto la folla…..”. Mi tornò in mente il senso della parabola del Vangelo di Giovanni dove è scritto: “Gesù fendeva la folla, e poi chiese ai suoi discepoli: fate sedere tutta quella gente….”  

  

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