Il Pino di via Jervis

Questa è una di quelle storie incredibili, che cominciano per caso e danno origine ad una serie di collegamenti reali.

Inizia con un libro esposto nella vetrina di una enoteca torinese di tradizione, in cui i clienti si riconoscono nel tempo per lunga e fedele frequentazione. Il libro, il cui titolo richiama memorie precise a chiunque abbia frequentato la Olivetti di Ivrea, fu notato da uno di noi … in una sera qualunque di un giorno qualunque all’ora dell’aperitivo.

Scattò l’idea di conoscere l’autore, complice ovviamente il “mescitore” dietro al bancone, che doveva conoscere l’origine dei libri accostati alle bottiglie di buon vino. Il cerchio si chiuse rapidamente con l’incontro di due olivettiani, poi divenuti tre qualche giorno dopo, in occasione della presentazione del libro al “Circolo dei lettori”, una istituzione torinese di grande levatura, che meriterebbe di essere replicata in molte città e paesi.

Vi presentiamo quindi l’autore, Nazzareno Lasagno ed il suo libro:

Il pino di via Jervis
Anni verdi all’Olivetti dopo Adriano e prima di De Benedetti
Daniela Piazza editore, 2009, pagine 200
http://www.danielapiazzaeditore.com/Novita2009/iLpINOdIvIAjERVIS.htm

Potrete leggere la presentazione sul sito dell’editore utilizzando il link qui sopra. Preferiamo in questo caso, avendo avuto l’occasione di bere un aperitivo con l’autore nell’enoteca galeotta, riportare il commento alla nostra domanda:

Perché scrivere un libro sui tuoi anni passati in Olivetti?”

Ed ecco la risposta:

La domanda si può anche semplificare con “perché scrivere un libro?” Ha ancora un senso visto che, solo in Italia, si pubblicano circa 50.000 nuovi titoli ogni anno e la maggior parte restano misconosciuti e invenduti?

La stessa domanda si potrebbe girare a chi scrive canzoni: ma come si fa a scrivere ancora una nuova melodia, dato che le note sono sempre le stesse sette? Eppure quelli che hanno velleità musicali continuano a comporre musiche e quelli appassionati di letteratura continuano a scrivere libri, imperterriti. Io appartengo alla vasta schiera dei grafomani moderati, avendo sempre avuto il “vizio assurdo” di scrivere, fin dai tempi della scuola primaria: poesie, articoli, racconti, ecc.

Ad un certo momento mi sono accorto che alcuni dei racconti che avevo scritto in passato erano ambientati in Olivetti, come ad esempio “La ribellione di Sigma”, inserito nel libro.

Di lì è partita l’idea di raccontare, a modo mio e possibilmente con mano leggera e sguardo disincantato, un’epopea ancora ben viva nel mio cuore e, penso, in quello di molte altre persone.

Procedendo nella scrittura però mi sono reso conto che stavo maneggiando materiale pericoloso, per alcuni motivi.

Primo, quando si scrive di un tempo passato c’è sempre il pericolo di cadere nella “sindrome del reduce” che si accartoccia nella nostalgia o, ancor peggio, scivola nella melassa del patetico.

Secondo – ancor più importante – quando si parla di una azienda straordinaria come l’Olivetti, il rischio di sprofondare nella retorica o nell’apologia di una mitizzata età aurea è elevatissimo.

Terzo, sull’avventura olivettiana è già stato detto molto, e da persone assai più titolate del sottoscritto, perciò tentare di darne una lettura con qualche elemento di originalità era impresa assai ardua.

Infine, parlando di persone in carne e ossa, sebbene abbia usato nomi di fantasia e mischiato un po’ le carte, correvo il rischio di stuzzicare la suscettibilità di qualcuno, oppure, esternando inevitabili opinioni
personali su vari temi, potevo espormi a critiche per aver toccato qualche nervo ancora troppo sensibile.

Nonostante tutte queste controindicazioni, non ho desistito dall’impresa, perché sentivo la necessità di dipingere un quadro meno agiografico e più “vivo” della realtà che noi “olivettiani” abbiamo avuto il privilegio di conoscere. Perciò ho raccontato un’esperienza, una fra tante, simile a quella di molti altri “ragazzi” della mia generazione o di quella appena successiva. Ho cercato quindi di ridare corpo e voce (con qualche licenza poetica) a tutte quelle persone – ingegneri e semplici manovali, operai e “caffettiere”, tecnici e sindacalisti, manager e bocia – che insieme, e con pari dignità, hanno fatto grande la “Ditta”, con un senso di appartenenza che raramente ho trovato nelle numerose aziende conosciute in seguito, nel corso della mia esperienza.

Nazzareno Lasagno

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