I programmatori

Ai tempi della Zero le istruzioni che servivano a collaudare le varie funzioni progettate nei Laboratori erano programmate una a una nel linguaggio compreso dalla macchina, che si basava sull’algebra binaria. Dovendo fare programmi più complessi, come quelli necessari per le svariate applicazioni in campo amministrativo e commerciale, questo sistema avrebbe preso tempi lunghissimi, perciò nacquero i linguaggi di programmazione automatica. Non sono esperto del ramo, quindi non so dire di che si trattasse; so però che semplificavano di molto il processo di programmazione anche riducendo gli errori e che i primi, come il Fortran e il Cobol, furono realizzati dalla IBM.

Nello stesso periodo noi avemmo bisogno di questa particolare attività per programmare i lavori da far compiere all’Elea 9003 quando fosse uscita sul mercato.

La domanda che ci ponemmo nella Direzione del Personale fu: «Quali persone potranno fare questo lavoro finora sconosciuto? Che scolarità di base dovranno avere? Dove dovremo reperirle?». La risposta fu che a quelle domande non sapevamo dare nessuna risposta, perciò queste persone avremmo dovuto “inventarcele” con un po’ di fantasia.

L’Ufficio di Psicologia del Lavoro non si scoraggiò. Facemmo un lungo brainstorming e alla fine si decise che i “programmatori” per calcolatori elettronici dovevano essere persone di intelligenza superiore alla media, molto creativi, portati all’analisi logica dei problemi, perciò preferibilmente laureati in matematica o fisica. Fu molto difficile convincere dei laureati in quelle discipline a fare un lavoro del tutto sconosciuto che non si sapeva nemmeno spiegare bene che cosa fosse; perciò, su giusto suggerimento dell’ingegnere Milani, si ripiegò su altre tipologie di scolarità, anche su quelle incompiute. Si cercarono allora diplomati a licei classici e scientifici, ma si cercò anche tra quelli che non fossero ancora riusciti a diplomarsi; li cercammo anche tra gli iscritti a facoltà di matematica e fisica che non avevano avuto un gran successo nello studio, ma bastava che fossero estroversi e creativi. Insomma una scelta più orientata a selezionare dei disadattati che le persone solide e stabili che invece cercavamo per le normali funzioni aziendali. Furono sviluppati dei test particolari per individuare quegli aspetti molto singolari e si fece una campagna di ricerca nelle scuole superiori e nelle università.

Ne tirammo fuori una trentina che poi in termini di programmazione diedero
davvero dei risultati eccellenti, ma che lasciavano molto a desiderare in quanto a gestibilità in una normale impresa, e naturalmente toccò a me a gestirli. Ricordo che ce n’era uno che quando aveva finito di “creare”, stanco si sdraiava per terra a dormire e per non farsi notare si metteva proprio sotto la parete divisoria dell’ufficio. A quell’epoca uno così lo si licenziava in tronco, ma noi fummo costretti ad abbozzare. Questi fenomeni umani furono affidati a Mauro Pacelli, un matematico fiorentino con conoscenza di programmazione e insieme con lui dovetti tenere a freno la estrosità di questo gruppo che non riguardò solo il lavoro che svolgevano, ma tutta la loro presenza a Pregnana milanese. Da qui scaturirono poi i più accesi contestatori e i sindacalisti del settore.

Oltre ad avere inventato il primo calcolatore a transistor avevamo inventato anche questo nuovo mestiere, che poi è diventato di grande importanza per lo sviluppo delle imprese. Oggi li chiamano “softwaristi”, e sono stati classificati nella mansione a diversi livelli di capacità: tra le più alte, ad esempio, si trova quella  degli Analisti di Sistema.

Mauro Pacelli era quello che oggi nel mondo del softwate si direbbe “un cervello”. A causa delle travagliate vicissitudini della Divisione Elettronica Olivetti, lui preferì andare a lavorare negli USA. Ora vive in pensione a San Diego in California. Tempo fa ci siamo scambiate delle e-mail ricordando i vecchi tempi.

La Commissione interna

La Divisione Elettronica dell’Olivetti, in quanto tale, era completa di tutte le funzioni organizzative di un’impresa di media dimensione, vale a dire: Direzione Generale, Direzione Amministrativa, Direzione di Produzione, Direzione Ricerche e Sviluppo, Direzione Commerciale, Direzione del Servizio Tecnico Clienti, Direzione del Servizio del Personale.

Quest’ultima era svolta alle dirette dipendenze della Direzione Centrale del Personale della Casa madre, ma funzionalmente dipendeva da Tchou.  Considerate le dimensioni che avevamo assunto Tufarelli ritenne opportuno che della produzione se ne occupasse un Capo del personale che avesse maturato questo tipo di esperienza, e spedì a Milano l’ingegnere Guido Gobbi, un simpatico bolognese fissato per la caccia alle folaghe, che faceva fuori a centinaia stando accucciato in una botte affondata a filo d’acqua dentro le valli di Comacchio.

Io mi dovevo occupare della gestione del personale dei Laboratori di ricerca e del Servizio Tecnico di assistenza ai Clienti, oltre a svolgere il ruolo della selezione delle persone da assumere a tutti i livelli.

Adriano Olivetti era una persona capace di riconoscenza: per questo, quando l’allora Senatore Giancarlo Paietta del PCI gli chiese di assumere nei Laboratori un suo omonimo nipote, lui non seppe dire di no. Infatti, le brigate partigiane avevano salvato le fabbriche dell’Olivetti di Ivrea dai guastatori tedeschi che volevano farle saltare in aria.

Così io mi trovai un Giancarlo Paietta nella Commissione interna – allora la rappresentanza sindacale di fabbrica si chiamava così – che cercava di emulare la vivacità e l’aggressività politica dello zio, senza purtroppo averne la stoffa, e anche in un ambiente in cui le lotte sindacali bisognava andarsele a cercare perché di motivi del contendere proprio non ce n’erano.

Paietta cercava di imitare l’aggressività politica dello zio dentro i nostri Laboratori di ricerca, che notoriamente hanno bisogno di tranquillità mentale per pensare. Nelle riunioni di Commissione interna non lasciava mai parlare i suoi colleghi e si voleva far passare come il loro capo, un ruolo del tutto inesistente.

Io un po’ lo sfottevo: «Lei con il suo cognome in fondo è un blasonato, perciò appartiene al ramo nobile del partito.» e lui si seccava moltissimo, ma eravamo tutti abituati a scherzare tra noi e non vedevo nessun motivo per fare il musone proprio con lui. A un certo punto gli dissi: «Signor Paietta, lei è proprio sfortunato, perché è nato troppo tardi. Si è persa la rivoluzione d’ottobre che portò i comunisti al potere in Russia, poi si è persa la guerra di Spagna contro i Falangisti di Franco, si è persa perfino la lotta partigiana, e adesso vorrebbe portare la guerra nei nostri Laboratori. Noi qui abbiamo bisogno di lavorare in pace e serenamente, non di fare guerre inutili.».

Ma non c’era verso. Una volta, a Pregnana Milanese durante uno sciopero, per fare picchetto si sdraiò fuori del cancello con il figlioletto appena nato in braccio per impedire l’ingresso alle auto dei Dirigenti. Poi seppi che fu trasferito nel Servizio Tecnico con sede a Livorno, sua città natale e non ne ho saputo più nulla. Si sarà calmato?

Comunque era un ragazzo simpatico e intelligente, a mio parere ostacolato nella sua carriera di tecnico dalla ideologia politica e in quella politica da un cognome ingombrante. ** segue