Giorgio Sacerdoti e Ignazio Morganti

Ingegnere, credo triestino, Sacerdoti era un tipico scienziato. Lui si occupava dell’architettura del sistema Elea, perciò era uno che doveva guardare lontano. Io lo consideravo il braccio scientifico di Tchou.

In verità lui non costruiva nulla ma sapeva tutto e tutti facevano riferimento a lui per consigli e pareri. Colpito in età postpuberale dalla polio, aveva le gambe paralizzate, perciò si appoggiava a una coppia di stampelle, tuttavia non faceva pesare a nessuno la sua difficile condizione e tutti noi non ci facevamo neppure più caso. Aveva una grossa FIAT adattata all’uso delle sue possibilità e la guidava con estrema facilità. Tutte le settimane se ne andava a Milano o dove abitasse e il lunedì mattina tornava da solo a Barbaricina.

Nella Divisione Elettronica svolse il ruolo di Direttore della Ricerca e Sviluppo mentre io gestivo il Personale al suo servizio. Con lui nacque un nuovo e ultimo tipo di calcolatore elettronico fatto dalla Olivetti, di cui non ricordo il nome perché ormai ero fuori dal giro tecnico, che utilizzava i primi componenti elettronici integrati, perciò era più piccolo dell’Elea e credo meno costoso.

Di questo periodo non ho aneddoti da raccontare perché dal punto di vista tecnico non lo vissi più da vicino. E poi Giorgio Sacerdoti era una persona serissima che non creava le occasioni per degli aneddoti.

Con lui lavorava Ignazio Morganti, un ingegnere romano proveniente dalla Direzione Commerciale della Olivetti Bull. Lui ci portava la conoscenza dei bisogni del mercato dei calcolatori elettronici di cui noi sapevamo pochissimo, e i suoi consigli furono spesso illuminanti per molti di noi. In effetti di quel mercato ancora nascente si sapeva poco, e quello che si conosceva veniva dal mondo dei centri meccanografici a schede perforate, e la Olivetti Bull lo conosceva. Quest’azienda era nata grazie alla capacità di guardare avanti di Adriano Olivetti che ci aveva messo a capo Ottorino Beltrami che fu sempre estremamente collaborativo con noi di Barbaricina e non fece mai mancare il suo supporto.

Incontrai Giorgio Sacerdoti qualche anno fa a Milano in Piazza San Babila. Era su una sedia a ruote spinta da un giovane badante. Mi riconobbe subito e come il solito mi chiamò Joe. Ci facemmo molte feste e fu un incontro bellissimo, come avviene tra vecchi amici che in passato hanno fatto un pezzo di strada insieme. Giorgio non è più un superstite di Barbaricina perché ha lasciato questo mondo.

Se Giuseppe Rao ripetesse un meeting di tutti noi come fece qualche anno fa, probabilmente questa volta saremmo pochissimi. Perciò è meglio non farlo.

Sergio Sibani

Sergio, un fisico romano, con Cecchini era stato preso dall’Olivetti prima che nascesse Barbaricina per distaccarlo al CEP dell’Università di Pisa, dove aveva collaborato alla progettazione della loro “calcolatrice”. Al CEP ci tengono a considerarla al femminile, e forse hanno ragione, perché si tratta di una macchina.

Sergio si unì a noi molto presto, ma non ricordo di che si occupasse. Lui era un abile tecnologo. Ricordo che mi introdusse alla tecnologia del vuoto spinto e alla deposizione per evaporazione sotto vuoto dei metalli per studiare la possibilità di integrazione dei componenti.

Aveva una grossa Alfa Romeo e una volta, mentre era alla guida, per raccogliere un pacchetto di sigarette caduto sul pavimento andò a sbattere contro un albero secolare dell’Aurelia. Salvò la vita ma rimase un po’ claudicante.

Vive a Latina e qualche volta ci sentiamo al telefono. Per una strana malattia ha perso l’uso degli occhi, ma lui continua a vedere con la mente. Anche lui era troppo serio per dar vita ad aneddoti, ma ho voluto ricordarlo lo stesso, come altri seriosi quanto lui, perché è di quelli che hanno dato molto alla nascita del nostro “calcolatore”. ** segue