I week end a Pisa

Durante i week end non sapevamo cosa fare. In verità a Pisa non c’era molto, tranne qualche cinema o la sera andare in un bar del centro a chiacchierare tra noi. Non conoscevamo nessuno del posto con cui intrattenerci e i pisani non sembravano molto socievoli con i giovani venuti da fuori, forse per via dell’Università.

Pisa ha un’Università antica e famosa anche per la sua Scuola Normale che, specie a quel tempo che vedeva nel Paese poche sedi universitarie accentrate solo nelle principali città, richiamava da fuori un sacco di studenti che, come me, vivevano in stanze d’affitto e come me prendevano i pasti nelle piccole trattorie cittadine. Tutta la città viveva molto su questa singolare immigrazione che si estingueva di colpo durante le ferie estive, ma in generale quei giovani erano considerati dai pisani dei rompiscatole, sebbene a quei tempi pensassero molto più a studiare che a divertirsi.

La maggior parte di noi aveva la ragazza dalle sue parti, ma quelli che non ce l’avevano non trovavano facilmente qualche occasione sul posto. Durante la settimana si lavorava di lena, anche fino a tardi, perciò la sera si andava a cena da qualche parte e poi a letto. Io andavo spesso a cenare alla mensa dei ferrovieri al lato della stazione. Si mangiava molto bene e costava poco, ma chissà perché, sui tavoli usavano una tovaglia di stoffa che cambiavano solo il sabato, perciò il venerdì sera c’era disegnato sopra l’intero menù della settimana come fosse un quadro di pop art.

I dintorni di Pisa erano bellissimi sia verso il mare ricco di pinete, con Bocca d’Arno e Marina di Pisa, sia all’interno verso Lucca, sia verso Sud a Viareggio e Livorno. A volte facevamo un colpo di vita ai Bagni Pancaldi di Livorno, dove la sera facevano una specie di Café chantant con la musica e le ballerine. E che ballerine! Era certo che avrebbero saputo fare bene tutto meno che ballare, e sulle loro miserie professionali noi ci facevamo un sacco di risate.

Qualche volta andavamo a mangiare a San Vincenzo, a Sud di Livorno, dove c’era un ristorante sulla collina che a un prezzo fisso di 1000 Lire faceva mangiare a volontà. Dopo un paio delle nostre visite ci vedevano arrivare con preoccupazione. Eravamo tutti giovani e di buon appetito e uno di noi riusciva a mangiare anche due polli arrosto e due grossi saraghi alla griglia, oltre al resto. Costui era Tarchini, un ingegnere genovese che non a caso avevamo ribattezzato “tirchini”, e con lui a nulla valevano i tentativi del gestore di disgustarlo raccontando degli scarafaggi che dava a mangiare ai suoi polli ruspanti.

Da queste gite si tornava tutti un po’ allegri e chi aveva l’auto caricava chi non l’aveva. C’era uno di noi che allora era distaccato presso l’Università, l’ingegnere Pippo Cecchini, che nel traffico di Pisa si metteva davanti, e tutti gli altri dietro, e poi per girare a sinistra metteva il segnalatore di direzione a destra e al contrario per girare a destra. Lo stesso facevamo tutti noi che stavamo dietro creando un po’ di scompiglio nel traffico cittadino. Qualcuno ci fermava preoccupato “Guardi che ha le frecce girate!”, poi si accorgeva che le aveva tutta la fila e ci mandava a quel paese…

Questi giochi oggi possono sembrare un po’ infantili, ma noi eravamo tutti giovani puliti nell’animo, dediti con passione al loro lavoro e motivati per raggiungere obbiettivi importanti; e di questo eravamo tutti molto consapevoli.

D’estate Tchou ci consentiva un orario estivo. La mattina iniziavamo mezz’ora prima, alle 8,00, e finivamo alle 12,00 per andare tutti insieme al mare a Marina di Pisa, da dove tornavamo per essere al lavoro in tempo per le 16,00 e continuavamo fino alle 20,00. Qualcuno restava anche di più tra le proteste del custode che voleva andare a dormire.

Una volta Ottavio Guarracino mi disse «Senti Joe, affittiamo un gozzo e ce ne andiamo alla Gorgona?».

Guarracino

O’ guarracino che ghieva pe’ mare le venette voglia de s’enzurare …

Sono i versi di una filastrocca napoletana per bambini che parla del piccolo pesce “guarracino” che gli venne la voglia di sposarsi, e di una triglia, che faceva la mediatrice matrimoniale e gli proponeva varie specie di pesci, ma nessuno gli andava bene. Con questa scusa la filastrocca fa un completo elenco di tutti pesci del Mediterraneo, tant’è che ci vogliono due ore per leggerla tutta.

Come me, Ottavio Guarracino era un ingegnere napoletano, forse l’ultimo di otto figli, e non gli era stato dato un soprannome perché il suo nome sembrava che lo fosse così com’era. Come me, era molto legato a Napoli e alle sue tradizioni, perciò mi fece molto piacere trovarlo a Pisa quando vi arrivai. Se non ricordo male lui lavorava con un ingegnere torinese, Gianfranco Raffo, ma non ricordo neppure a che parte della “Zero”.

Ottavio era uno di poche parole, serissimo e gran lavoratore e solo ogni tanto ci scambiavamo qualche ricordo della nostra città. Tra tutti lui era l’unico che era riuscito a intrattenere un’amicizia con delle ragazze pisane, ma non ce le aveva mai fatte conoscere. Come me era appassionato di mare, perciò la sua proposta non mi giunse inattesa.

Gorgona è un’isoletta toscana a 15 miglia dalla costa adibita a colonia penale. Per atterrare sarebbe occorsa un’autorizzazione della polizia carceraria e seppi dopo che era impossibile averla perché si trattava di un carcere ad alta sicurezza dal quale doveva essere molto difficile evadere, tranne che via mare con l’appoggio di un’imbarcazione. Noi tutte queste cose non le sapevamo; per noi Gorgona era lì e tutte le sere di bel tempo la vedevamo al tramonto stagliarsi contro l’orizzonte e ci chiedevamo come fosse. Così fu che ci andammo.

Ottavio trovò un pescatore disposto ad affittarci il suo gozzo non senza preoccupazione, con la promessa che non ci saremmo allontanati. All’avventura parteciparono sei di noi, quanti erano i posti disponibili. Oltre me e Ottavio c’era come unica donna mia moglie Paola (nel frattempo mi ero anche sposato), Piergiorgio Perotto, un professore di elettronica dell’Università di Torino, un giovane fisico che di cognome faceva Maddalena, e mi pare Simone Fubini. Avevamo con noi la colazione a sacco e qualche bottiglia d’acqua. Non c’erano le dotazioni di sicurezza richieste oggi per navigare, tranne un salvagente di sughero un po’ logoro, e neppure una bussola di rotta. Tuttavia avevamo con noi la nostra giovanile incoscienza e la sua voglia d’avventura.

Per orientarci andammo a naso verso Ovest allontanandoci dalla costa sicuri che a un certo punto avremmo incocciato la Gorgona. Non era proprio così perché non avevamo tenuto conto dell’esistenza delle correnti, ma la fortuna ci aiutò e fece apparire una nuvoletta stazionaria proprio sopra la foschia del mattino.

La mia esperienza di mare ci fece capire che lì sotto c’era l’isola e in effetti ci arrivammo in tre ore. Ci fermammo in un punto della costa che ci parve bello, ricco di scogli e di vegetazione mediterranea, facemmo il bagno. e mangiammo la nostra vettovaglia. Mia moglie aveva portato anche il caffè. Nessuno ci disturbò, alla faccia della sicurezza contro le evasioni. Alle quattro del pomeriggio decidemmo di tornare, tanto in tre ore, quindi per le sette, saremmo atterrati a Marina per le sette, ma avevamo fatto i conti senza la brezza di terra, che è un vento che va verso il mare e si alza di pomeriggio sul tardi quando la terra si raffredda rispetto al mare, che invece resta caldo più a lungo. Così ci trovammo un bel po’ di onda proprio in faccia, giusto per ridurre di molto la nostra velocità.

Si fece notte e faceva anche freddo, in più eravamo sulla rotta delle navi che uscivano dal porto di Livorno, ma senza luci di posizione se non una pila che Ottavio si era portato per prudenza.

Atterrammo a Marina di Pisa alle nove di sera con il pescatore incazzatissimo che a sentirlo ci avrebbe denunciato, ma sapevamo bene che non avrebbe potuto farlo, perché non aveva la licenza per il noleggio. Si tacitò con una congrua mancia e ce ne tornammo a casa. In questi casi si dice sempre “stanchi ma felici” e noi lo eravamo davvero. Mi venne poi fatto di pensare che cosa sarebbe successo del progetto della Zero se l’Olivetti avesse perso in mare una buona parte dei suoi progettisti.

Parecchi anni dopo Ottavio si comprò una barchetta a vela e siccome nel frattempo io ero diventato un buon marinaio, mi chiese di fargli da equipaggio per un giro nell’arcipelago toscano. Accettai di buon grado e stemmo bene insieme per quattro giorni. Passando a fianco della Gorgona ricordammo la nostra avventura, ma questa volta un grosso gommone con le guardie carcerarie si accostò minaccioso e ci intimò di stare lontani dall’isola almeno tre miglia. Come cambiano i tempi!

Qualcuno mi ha detto che Ottavio se n’è andato dall’altra parte. Arrivederci Guarracino. Ora starai nuotando nel mare infinito del Paradiso. ** segue