Simone Fubini

Simone mi diede una mano per insediarmi a Pisa. Lui viveva in una stanza d’affitto nella casa di una vedova con una figlia bruttina e un po’ curiosa, e mi disse che sapeva che c’era un’altra camera vuota, così andai a parlare con la signora. La stanza dava direttamente sul pianerottolo perciò per usare il bagno dovevo passare per la porta della sua casa di cui avevo la chiave, ma la sistemazione mi dava una certa libertà per andare e venire senza essere osservato, specie dalla figlia bruttina. In inverno il riscaldamento era sempre insufficiente perché la signora risparmiava sul combustibile e dovevamo sempre protestare; in estate invece si crepava di caldo ed era pieno di zanzare, che però a me non davano fastidio perché io ne sono sempre stato immune. Simone invece le uccideva con grande abilità in tutti i modi possibili, anche quelle ferme sotto il soffitto, con un preciso lancio di piatto del primo libro che gli capitava a tiro.

Per me che ero appiedato, questa vicinanza con Simone era una buona soluzione perché andavo e tornavo dal lavoro insieme con lui.

Fubini era uno di quelli che conosceva i transistor e li impiegava nel suo controllo per i nastri magnetici. Una volta un transistor della Philips gli esplose in mano mentre lo saldava e gli fece un graffio su un braccio. Lui fu la prima giovane vittima della ricerca elettronica italiana.

A pranzo ci trasferivamo a Pisa in una delle tante trattorie abituate a trattare con gli studenti universitari: non ci fu mai modo di fargli capire che noi non lo eravamo più, e poi ci conveniva rimanere in incognito perché per gli studenti tenevano i prezzi più bassi. Il prezzo era fisso, ma se prendevamo qualcosa di più ce lo segnavano su un libriccino e a fine mese si doveva saldare. Una volta mi arrabbiai perché mi misero un supplemento di due lire per una “pera grossa”.

In questi pranzi Fubini si faceva sempre delle macchie impossibili, per cui inventammo una loro unità di misura che chiamammo “Fub”. Tutti noi esseri normali ci facevamo macchie da pochi millesimi di Fub, Simone invece viaggiava sempre sui tre o quattro Fub.

L’ambiente di lavoro a Barbaricina era molto bello. Lavoravamo con spirito di gruppo e ci aiutavamo l’un l’altro e in più ci divertivamo. Quello è stato il periodo più bello della mia vita di lavoro. Eravamo usciti da pochi anni da una guerra fratricida che aveva distrutto il paese, ma l’avevamo dimenticata ed eravamo animati dallo spirito del fare, del creare, di essere i primi, che oggi non esiste più.

Effettivamente non ce ne rendevamo ancora conto, ma stavamo inventando l’ELEA 9003, il primo calcolatore fatto con componenti elettronici allo stato solido, mai fatto prima al mondo, e noi lo facemmo anche prima di Big Blu; che sarebbe l’IBM.

Perché Barbaricina

Più volte mi sono chiesto come mai Adriano Olivetti ci aveva messo a Pisa. La risposta ufficiale era: “in ragione della nostra collaborazione con l’Università di Pisa e con il CEP (centro elettronico pisano)” ma in tutti gli anni che io sono stato a Pisa, all’Università ci sono andato si e no tre volte e avevo conosciuto solo un paio di persone del CEP, mentre non avevo mai visto uno di loro visitare i nostri Laboratori. Facevamo due macchine sostanzialmente diverse: quella del CEP serviva per scopi scientifici, perciò era importante la velocità di calcolo, mentre la nostra era pensata per scopi amministrativi, perciò erano più importanti i grandi volumi di dati.

La verità era che Adriano conosceva i suoi polli eporediesi e sapeva benissimo che se ci avesse messo a Ivrea ci avrebbero fagocitato e distrutto in breve tempo. A  Ivrea vigeva la tecnologia meccanica, ma quella fatta di piccoli pezzi tranciati per farne leve e levette, molle, e minuscoli particolari dalle forme impossibili con le comuni lavorazioni meccaniche. Questi pezzi erano invece realizzati con una tecnologia tutta olivettiana chiamata “pressofusione”.

I progettisti di Ivrea erano bravissimi a fare macchine meccaniche molto complicate e con leveraggi, molle e ingranaggetti erano capaci di realizzare memorie e unità di calcolo che alla fine facevano le stesse cose della Unità Centrale del nostro calcolatore ma erano estremamente più lente e enormemente meno capaci.

Una volta Tchou mi portò a Ivrea  con la sua Mercury, un’ingombrante  macchina americana cui teneva moltissimo, e andammo a visitare Gassino, un famoso progettista meccanico che aveva appena realizzato un macchina contabile. Questa era un piccolo calcolatore capace di fare qualche calcolo non complesso, come ad esempio l’IGE (l’IVA come la chiamiamo oggi). Per mostrare il potere della sua posizione Gassino ci ricevette in gran pompa, e ci fece vedere il suo gioiello che faceva i calcoli macinando ingranaggi e muovendo leve e levette opportunamente richiamate da molle. Tchou la guardò lavorare un po’, poi chiese a Gassino: «Mi puoi fare “uno per uno”?». Quello lo guardò un po’ stupito e poi impostò il calcolo sulla tastiera e diede il via. La macchina si mise in moto macinando leve e ingranaggi e dopo un minuto e più la stampante scrisse “1”.

«Ecco, a fare questa semplice operazione noi ci mettiamo un microsecondo, questa è la differenza con l’elettronica» – disse freddamente Tchou. Si fece certamente un nemico, ma eravamo ancora molto piccoli perciò non eravamo considerati dei concorrenti pericolosi; qualche anno più tardi non fu più così. ** segue