Beppe CalogeroScrivo con piacere queste note, sia perché me le ha chieste Mauro Ballabeni, che ringrazio per l’amore con cui cerca di tenere in piedi il ricordo di che cosa è stata l’Olivetti, sia perché quando si è giunti alla mia quasi veneranda età è gradevole ricordare i momenti felici della propria gioventù.

In verità Mauro mi aveva chiesto due paginette soltanto, ma poi mi sono messo a scrivere, cosa che a me piace molto, anche perché la mia professione più amata, che pochi conoscono, non è quella dell’ingegnere, del manager o dell’imprenditore, che pure ho esercitato con un certo successo, ma è quella dello scrittore, e mi piace scrivere di filosofia dell’esistenza, in particolare di tradizione indiana, argomento questo di scarsissimo interesse per gli italiani medi, che già leggono pochissimi libri, figurarsi quanto siano pochi quelli che leggono i miei, tanto che quando se ne vendono mille copie è già un successo editoriale. Si capisce che non scrivo per campare, tuttavia, io scrivo per vivere, perché una ricerca sul significato dell’esistenza attiva incredibilmente le sinapsi e mantiene in buona salute il cervello. E io sono convinto che con il cervello, funziona bene anche tutto il resto; forse non a caso sono arrivato a ottantatrè anni in buona salute fisica e mentale.

Nelle mie note si trovano commenti sulle persone che incontrai a quei tempi e si potrà costatare che sono sempre benevoli, ma non per piaggeria; infatti tra i ragazzi di Barbaricina non mi capitò mai di trovarne uno che fosse arrogante, presuntuoso, ineducato, invidioso o poco collaborativo. Eravamo un gruppo compatto di giovani che remavano tutti nella stessa direzione, molto motivati a fare una cosa di cui neppure noi potevamo immaginare i futuri sviluppi, e nemmeno le conseguenze che avrebbe avuto sulla società umana, ma che dentro di noi sapevamo essere unica e importante.

Alcuni anni fa, Giuseppe Rao, un eporediese che lavorava presso la Presidenza del Consiglio, si appassionò a questa nostra storia e, non so come fece, riuscì a scovarci tutti uno a uno, e a radunarci a Milano presso il Museo della Scienza e della Tecnica. C‟eravamo quasi tutti, perché lo scorrere del tempo non aveva ancora cominciato a decimarci, e rimasi stupito a vedere con quanta facilità ritrovammo lo stesso spirito di un tempo, come se quello si fosse fermato e noi fossimo rimasti sempre insieme.

Scrivo queste note in prima persona perché questi sono i ricordi che escono dalla mia memoria e che riguardano quei tempi, ma voglio tranquillizzare chi mi legge: non ho la pretesa di raccontare qui la mia storia personale, che certo sarebbe presunzione e di modesto interesse, bensì voglio fare la storia di noialtri del gruppo di Barbaricina così come io la ricordo, perciò se altri miei colleghi superstiti vorranno aggiungere le memorie loro o correggere le mie, potranno farlo liberamente; basterà mandarle a Ballabeni.

Chi mi legge noterà che non seguo un ordine storico. Queste note le ho buttate giù così, come mi sono venute alla mente, senza alcuna intenzione di scrivere una storia del Laboratori Olivetti di Ricerche Elettroniche, ma solo di ricordare aneddoti e fatti salienti di questa bellissima avventura cui ebbi l’onore di partecipare.

In verità io mi considero un privilegiato per avere avuto la ventura di far parte di quel gruppo di giovani. Non c’era a quei tempi un ingegnere fresco di laurea che non desiderasse di fare ricerca nel settore tecnico di sua pertinenza, e io questa fortuna l’ebbi davvero. Peraltro, io sono convinto che per riuscire nella vita ci vuole un 70% di abilità e un 30% di fortuna. Io scelsi di laurearmi su un argomento allora ancora sconosciuto ai più, i componenti elettronici a semiconduzione, e feci questa scelta non per un preciso disegno strategico riguardante il mio futuro, ma solo perché la cosa m’incuriosì e mi piacque.
Per fortuna chi guidò il gruppo di Barbaricina ebbe in mente di fare un calcolatore elettronico con componenti a semiconduzione, e forse io vi fui associato proprio per questo. Indubbiamente in seguito ci sono stati tanti altri molto migliori di me in questo campo, ma la mia fortuna fu che a quel tempo a saperne di semiconduttori eravamo in pochissimi e a fare prendere me bastò quel poco che avevo imparato con la mia tesi di laurea.

Io non so cosa vorrà fare Mauro Ballabeni di queste mie note, che sono molto più lunghe di quanto lui potesse aspettarsi. Potrà sceglierne solo qualcuna per pubblicarla sulla Newsletter “Olivettiani”, potrà pubblicarla a puntate o farne un libro, specie aggiungendo i ricordi degli altri superstiti. Lascio a lui la scelta, io ne faccio dono a tutti i miei colleghi di allora, ai superstiti e a quelli la cui Anima ha già lasciato questo mondo nel quale, in soli cinquantasei anni, la tecnologia elettronica ha fatto cose allora impensabili. In ogni caso, in termini di brevità io non sono capace di fare meglio di così perché la memoria, quando l‟attivi, corre come una valanga e un pezzo alla volta ti tira fuori tutto, perciò non mi è facile dirle di fermarsi. Allora, caro Mauro, di questi ricordi fanne quello che vuoi, io te li affido perché so che sono in buone mani.

A leggere queste note potrebbe sembrare che io descriva quei giovani di Barbaricina come dei pionieri. E’ proprio così, a modo nostro eravamo dei pionieri, ma allora non ce ne rendevamo per niente conto.

Beppe Calogero

PS. Mi scuso con gli amici che leggeranno queste note per qualche mia imprecisione, ma è passato tanto tempo e la memoria può anche tradire. In ogni caso essi possono suggerire tutte le correzioni ritenute utili o necessarie. ** segue