Martin Friedman e Franco Filippazzi

Martin era un ingegnere canadese, piccolo, magro, di pochi capelli, con il naso tipico degli ebrei. Scoprii che era socialista e poiché a quell’epoca lo ero anch’io, la cosa mi piacque. Lui viveva con la famiglia, moglie e due figli, in una villetta a Tirrenia, un villaggio per vacanze estive in mezzo a una pineta fitta di pini marittimi stesi lungo una bella e lunga spiaggia del mare Tirreno, subito a Sud di Marina di Pisa e di Bocca d’Arno, la foce del fiume di Firenze.

Martin era un personaggio arguto con grande senso dell’umorismo e capace di scherzi divertentissimi. Una mattina lo trovai nei gabinetti del piccolo capannone dove c’era la “Zero” che, seduto a terra, soffiava il fumo di una sigaretta dentro un tubo di plastica rossa, di quelli morbidi che ci servivano per formare i cavi elettrici. «Cosa stai facendo?» gli chiesi. «Tu guarda dove finisce.» mi disse. Seguii il tubo di plastica fuori dei gabinetti. Correva per terra in mezzo a molti altri cavi e andava fino al rack della memoria RAM che era racchiusa in una scatola di plexiglas trasparente. Il fumo della sigaretta non vi era ancora arrivato ma c’era da immaginare il casino che ne sarebbe venuto fuori quando ciò fosse successo. Tornai da Friedman.  «Martin, farai venire un infarto a Flip.». «Non ti preoccupare e non dire niente.» rispose con aria sorniona e continuò a soffiare fumo. Aveva già bruciato cinque sigarette e doveva essere mezzo avvelenato dalla nicotina, ma continuava indefesso. A un certo punto un fumo denso e pesante cominciò a venir fuori dalla scatola della RAM e i tecnici che lavoravano attorno subito se ne accorsero. Tra le urla di “al fuoco, al fuoco!”, “brucia!”, “stacca tutto!”, “fate presto!”, corsero in giro a staccare i numerosi alimentatori che fornivano energia alle varie parti della macchina. Trattandosi di un impianto sperimentale, il tutto si accresceva ogni tanto di qualche nuovo pezzo con il suo alimentatore dedicato, perciò non c’era ancora un interruttore generale e le varie parti dovevano essere accese e spente sempre rispettando un certo ordine, e in quel momento di panico bisognava non sbagliare.

Flip era il soprannome d’arte che avevamo dato a Franco Filippazzi, un giovane fisico esperto di memorie a nuclei di ferrite. Flip non era un diminutivo, ma una parola scelta per assonanza con il suo cognome. Uno dei circuiti elettronici di base del calcolatore, infatti, si chiamava “flip/flop” perché poteva trovarsi stabilmente in due stati diversi, uno “flip” e l’altro “flop”, e i due stati potevano essere usati per indicare “zero” o “uno”, le due cifre del sistema di numerazione binaria su cui si basavano i calcoli della macchina.

La nostra memoria RAM era una creatura di Flip e lui ne andava  molto fiero, e a ragione. Era una memoria ad accesso casuale e molto rapido, che consentiva di arrivare in tempi molto brevi al dato che serviva in un certo momento. Si usa anche oggi nei PC, solo che ora queste memorie sono fatte allo stato solido, sono piccolissime, velocissime e hanno capacità allora inimmaginabili. A quei tempi non c’erano ancora i dischi rigidi di oggi e tutti gli altri supporti per i dati erano enormemente più lenti, come ad esempio i nastri magnetici . Se il dato ricercato fosse stato alla fine di una pizza ci sarebbero voluti diversi minuti per trovarlo. In effetti tentammo di fare una memoria di massa ad accesso abbastanza rapido, ma non riuscì mai a funzionare. Era un grosso cilindro ricoperto da ossido magnetico che girava dentro una camicia sulla quale erano fissate le testine di lettura messe a breve distanza una dall’altra. Sembrava un motore elettrico. L’idea era buona; il fatto è che funzionando questo strumento si scaldava e si dilatava, perciò le testine grippavano e le loro piste andavano a farsi benedire.

Flip si dovette seccare moltissimo per lo scherzo di Martin, ma non diede a vederlo perché era un giovane molto riservato e serio; invece Martin si dovette beccare una buona reprimenda da Tchou, e tuttavia non smise di fare scherzi.

Qualche tempo dopo lo trovai che stava verniciando una resistenza da 10 Ohm con una specie di smalto da unghie trasparente. Ogni mattina apriva il cassetto del suo tavolo, tirava fuori la boccetta della vernice e le resistenze e gli dava un’altra mano. Dopo qualche mese erano diventate della palline tanto che la resistenza all’interno non si vedeva neppure più. Gli chiesi a che servissero e lui ammiccò con aria furba: «Vedrai …».

Una sera che avevamo fatto un po’ tardi e gli altri erano tutti andati via, Martin mi disse con aria furtiva: «Vieni con me.» e mi portò nella saletta dove Remo Galletti costruiva l’unità aritmetica, quella che sapeva fare le quattro operazioni. La parte a valvole aveva delle sottili barre di rame che alimentavano la tensione dei filamenti. Le valvole erano delle specie di lampadine e il filamento incandescente, scaldando un involucro, gli faceva emettere elettroni che venivano poi catturati da un altro elettrodo, il catodo. Allora le lampadine pagavano una tassa detta “d’illuminazione” e l’Ufficio Imposte ci faceva attaccare sopra una marca da bollo che attestava l’avvenuto pagamento. Questa idea balzana riduceva la dispersione del calore e le faceva guastare prima del tempo. La tensione dei filamenti era di pochi volt ma l’alimentatore, dovendo scaldare molti tubi elettronici, era molto potente, perciò avrebbe resistito tranquillamente al carico di qualche Watt di alcune delle piccole resistenze speciali di Martin che, scaldandosi, sarebbero praticamente esplose una dietro l’altra in una nuvola di fumo. «Non ti preoccupare, niente rischi, solo fumo, io l’ho già fatto.», disse Martin per tranquillizzarmi, ma provavo un senso di colpa perché in questa marachella io mi sentivo suo complice.

Il mattino dopo Martin e io arrivammo a Barbaricina molto presto; volevamo essere presenti nel momento dell’accensione degli alimentatori. Quando Galletti arrivò noi due ci mettemmo fuori della porta fingendo di parlare di lavoro. Si senti il rumore dei numerosi interruttori che accendevano i vari alimentatori. Con pazienza aspettammo alcuni minuti, poi si udì una serie di “ploff”, il rumore delle piccole esplosioni  degli involucri di vernice, e poi un fumo acre si sparse per la stanza. Solite urla, solite corse a spegnere gli interruttori nella giusta sequenza, poi si sentì una voce irritata ma divertita: «Deve essere uno dei soliti scherzi del cavolo di Martin.». Noi due ce la squagliammo alla chetichella, però nessuno si arrabbiò. In fondo eravamo tutti giovani e ancora abbastanza allegri per divertirci con questi scherzi infantili. Solo con il tempo siamo diventati tutti seri e oggi, infatti, sorridiamo sempre meno.

Martin era una persona estremamente creativa e a lavorare con lui imparai molte cose, prima di tutto come si lavora, perciò gli devo moltissimo. Quando la Divisione elettronica fu venduta alla General Electric lui se ne andò a lavorare in Inghilterra e una volta che ero a Londra per lavoro c’incontrammo nel mio albergo. Mi disse che non si era più trovato bene con gli americani della General Electric e che forse sarebbe andato a lavorare alla Ferranti, che pure cercava di costruire calcolatori elettronici. Lo sentiti al telefono pochi anni fa. Lui viveva in pensione a Glasgow dove si era trasferito da molti anni. Gli parlai in inglese perché pensavo che avesse dimenticato la nostra lingua, ma lui mi apostrofò in un italiano ancora perfetto: «Joe, perché mi parli con il tuo pessimo inglese?».

Già, allora mi chiamavano tutti Joe perché Giuseppe era troppo lungo e da quella volta tutti i miei amici anglosassoni mi hanno sempre chiamato così, ma a Barbaricina ero meglio conosciuto come Moby Dick e credo di ricordare che questo soprannome me lo diede Lucio Boriello. Il fatto era che mi ero da poco operato di appendicite e, chissà perché, in pochi mesi mi ero molto irrobustito; in più mia madre, da buona mamma meridionale, era preoccupata per questo figlio che andava ad affrontare i rigori del Nord, perciò mi aveva fatto comprare in una liquidazione un orribile cappotto un po’ peloso e di un grigio chiarissimo. Forse c’era anche una taglia in più, ma era costato molto poco. Fu con quello addosso che mi presentai a Barbaricina e pochi giorni dopo già circolava il mio soprannome. Fu poi abbandonato, forse perché troppo lungo e tutti tornarono al più semplice Joe.

Tempo fa qualcuno mi ha detto che Martin se n’è andato all’altro mondo, anche lui come tanti altri amici e colleghi. A essere longevi come me bisogna sopportare questi continui distacchi, perché gli altri ti muoiono attorno uno ad uno, come per ricordarti che anche tu prima o poi … Ma io non ci faccio caso, anzi, sto ancora qui a fare programmi per il futuro. ** segue